Un pò di Agostino Baracca
Un po’ di Agostino Baracca
Agostino è nato in una piccola frazione di campagna d’un paesotto della provincia di Reggio nell’Emilia. Cinquecento anime, grosso modo mille vacche e millecinquecento maiali, con distese interminabili di prato stabile; qualche vigneto; qualche coltivazione di grano o erba medica. E l’immancabile chiodo fisso dell’odor di sisso (liquame), come ha poi scritto in una canzone composta camminando con suo figlio. Ha passato un’infanzia felice e spensierata, con mille giochi a indiani e cow boy o a nascondino, l’unica cosa che proprio non gl’andava giù, perché era imbranato, risultava esser il gioco del calcio. E in Italia è una vera sciagura. Ricorda sempre con piacere, le Olimpiadi del paese con l’albero della cuccagna, che immancabilmente vedeva tra i vincitori Ugo, un ragazzone con due spalle così, che si cuccava sempre il prosciutto. Rammenta che siccome a casa di Ugo si mangiava verza, verza, ed ancora verza e poco più. Una bella sera, lui, di ritorno dal bar, andò nella stalla e con un pugno secco assestato sulla testa d’un povero vitello, lo fece secco. Il mattino seguente, al risveglio, i suoi familiari stavano già scavando la fossa per seppellirlo. – Che cosa fate? – Lo seppelliamo, è morto stanotte per chissà cosa. – Ma che lo seppelliamo e lo seppelliamo, mettetelo in frizer che me lo mangio tutto io. – Ma può esser morto di malattia. – E’ morto perché gli è tirato un colpo, ve lo dico io, mettetemelo in frizer, per piacere. E così fecero. Comunque sia, Baracca l’asilo lo fece dalle suore della frazione, e ha ancora impresse le amorevoli cure di suor Orlanda: sempre pronta a perdonare le marachelle. Anche le scuole elementari, per sua fortuna le ha fatte sempre lì, altresì però a causa dello scarso numero degli allievi le classi erano accorpate. Meglio così: si aveva modo d’apprendere l’evoluzione scolastica. L’unico luogo di ritrovo era l’oratorio parrocchiale dove il pomeriggio si vedeva con i suoi amici e anche lì, manco a farlo apposta, calcio su calcio. Quando riusciva giocava a ping pong, dove se la cavava. Per San Geminiano, c’era la sagra del paese e si faceva una recita teatrale alla quale prendeva parte interpretando vari personaggi, con discreto successo. Era in diretta concorrenza col Festival di S. Remo, ma il dimesso teatro parrocchiale appariva sempre stracolmo per due sere di seguito, in barba ai grandi eventi: piccolo è bello, quasi sempre. Non foss’altro era genuino essendo interpretato da attori e cantanti locali. Poi, a inizio estate c’era la Festa dell’Unità, e ci andava, ci andava eccome. E’ sempre stato un cattocomunista ante litteram, in vero era visto con diffidenza tanto dall’una quanto dall’altra parte, ma poi prevaleva sempre l’amicizia: colla inseparabile. Le medie inferiori le ha fatte in collegio dai Gesuiti. Furbi i Gesuiti, nei tre giorni di prova prima che iniziasse l’anno scolastico, erano giochi su giochi. In seguito, iniziato l’anno scolastico, si è rivelato colmo di studi su studi, con brevi interruzioni per il gioco, ancora una volta il calcio. Ma mi volete dire voi come poteva fare il povero Agostino a distinguere chi giocava con lui o contro di lui, quando i giocatori erano un’infinità -visto che c’erano solamente due campi, per di più di porfido – e, per giunta, i ragazzi erano comprensibilmente vestiti a modo proprio. Insomma, dopo un concistoro, i preti lo esonerarono dal gioco e lo lasciarono libero d’aiutare il professore scienze, che aveva allestito ben due musei, a spolverare o riordinare; al termine leggeva: quello che passava il Convento, naturalmente. E’ stata la sua fortuna: lì ha preso dimestichezza con la letteratura e se n’è letteralmente innamorato. Essendo di sinistra, si faceva portare da un ragazzo esterno, cioè che rientrava a casa per dormire – gli interni erano una quarantina o poco più, che passavano tutta la settimana dentro l’Istituto – il quotidiano Lotta Continua. Non vi dico quando lo scoprirono i preti. Addirittura, siccome era il periodo del rapimento Moro, una mattina prima che suonasse la campanella d’inizio delle lezioni stava facendo capannello con altri e lo vide il Preside che lo convocò immediatamente nel suo studio: voleva sospenderlo per una settimana, perché sosteneva che sobillava gli altri a far chissà cosa. Pianse, pianse perché non era vero. Allora il superiore gli credette e desistette dalle sue iniziali intenzioni. Però rimase un sorvegliato speciale per tutti i tre anni delle medie. Il servizio di leva, allora obbligatorio, non lo fece perché iperteso. Deo Gratia, ne aveva avuto abbastanza del collegio. Iniziò il lavoro di contadino, e se la cavava. Ciò nonostante, principiarono a manifestarsi i primi disturbi psichiatrici. In più abusava delle più varie sostanze stupefacenti, che allora erano modus vivendi, oggi, invece, paiono andar di moda. Comunque sia nell’uno o nell’altro caso restano una iattura, meglio ancora: una sciagura per chi ne è dipendente e per chi ha a che fare con lui. La vera svolta interiore l’ebbe nel Duemila, allorquando si ritirò per un periodo di riflessione in un piccolo convento di suore Carmelitane. Era impastato tra fede e politica fin dalla gioventù, pur essendo in conflitto con Dio. Ma il vedere queste religiose così ospitali, così pronte ad ascoltare amorevolmente i suoi magoni, così devote nel recitar rosari o Sacre Scritture l’ha definitivamente avvicinato al Creatore: Padre & Madre, come giustamente sosteneva Papa Giovanni XXIII. Oggi si definisce un Cristiano-Progressista. Molto critico su alcune posizioni della Chiesa, ma non per questo meno invogliato ad accostarsi al Sacramento della Confessione e della Comunione: porte d’accesso alla vicinanza con chi ti sta vicino. Insomma, quando si sente in pace con Dio e con il prossimo, si sente in pace col modo intero. E allora tutto gli riesce più semplice da accettare perché acquisisce un senso. Ma la sua vita è stata fortunatamente ammantata di cose favorevoli, come i propri genitori e un figlio stupendo. Questo, ne è sicuro, è stato un dono del buon Dio. Che ha plasmato un figlio così bislacco, e del tutto insolito. Eppure, d’altra parte, siamo tutti diversi. Attenzione però, la filosofia insegna che quel tutti è unificante: siamo esemplari unici di una medesima specie. Da lì il fondamento della sostanziale eguaglianza, che se fosse da tutti onorato – il novantanove virgola due del DNA è identico per ogni essere umano – sarebbe motore di cose inenarrabili.
Agostino Baracca



