L’AIDS prima era un tabù e oggi non se ne parla più
L’AIDS prima era un tabù e oggi non se ne parla più
Nel determinare una svolta nel mio atteggiamento verso il male in generale e verso l’AIDS in particolare, ha avuto un ruolo decisivo un’esperienza fatta sulla mia pelle, che mi ha peraltro condotto alla conoscenza diretta della sofferenza, di cui porto un caro ricordo: “Al di là del muro”. Potrà sembrare un paradosso poiché si è trattato di una parentesi di dolore quando non d’angoscia, in pochi anni sono morte sette persone, facenti parte del gruppo. Eppure oggi dovrei dire che attraverso questo esercizio ho scoperto una nuova dimensione della vita, ho compreso il significato di certi aspetti della nostra esistenza che generalmente siamo tentati di rifiutare, di rimuovere, precludendoci la possibilità di guardare al futuro con più serenità, di godere la vita con gioia, schiavi come siamo delle paure, dei risentimenti, dei rancori legati al passato. Poi accadde un malessere improvviso, con ricovero urgente in ospedale. Quella sofferenza che avevo visto tante volte negli altri, ora toccava a me e con essa, la paura, la consapevolezza, della possibilità di doversene andare, quasi senza avere il tempo di fare le valigie. Poi, con il superamento della fase acuta della malattia, la riflessione, il raggiungimento di un equilibrio e di una serenità interiore, e dopo aver passato in rassegna tutta la mia vita passata, i momenti di stress, di ansia, le preoccupazioni, le nevrosi, a volte il cattivo rapporto con le persone, gli errori, i risentimenti, i rancori. Allora ho preso atto che il passato non ha più nessuna importanza, non serve a nulla rivangarne gli aspetti negativi. Fatti salvi, naturalmente, quelli che hanno apportato modifiche alla mia esistenza. Quello che importa è il presente e il futuro. L’ospedale, nel reparto infettivi, ha costituito una sosta forzata che mi ha fatto riflettere e scoprire tante cose: il significato del dispiacere che ci porta a un amore nuovo verso tutto e tutti, ci porta al perdono, a dimenticare e cancellare i risentimenti, ci insegna ad amare la vita, a ringraziare Dio per ogni giorno, ogni momento della nostra vita come un regalo, ad apprezzare le bellezze della quotidianità come mai era avvenuto in passato. Può sembrare un paradosso, ma solo ora credo di vivere pienamente la mia vita, benché questa abbia tutti i toni e i colori del ponente. Ho imparato a cercare e a trovare le energie per continuare a vivere, in me stesso e nelle persone che mi stanno intorno, e perché no, anche nella preghiera. Ho scoperto che ognuno di noi ha delle risorse intrinseche e delle energie che generalmente non sa utilizzare o le utilizza in minima parte: a volte le utilizza in senso negativo. Ho scoperto che possiamo trarre energia dal contatto con la natura, dalle piante, dal sole; ma soprattutto da un contatto e da un rapporto positivo con gli altri. Credo che l’atteggiamento che ho maturato verso il mio stato di salute, possa essere adottato da chiunque per sentirsi meglio. E’ vero, grazie al cielo non tutti hanno come me l’AIDS, così com’e vero che prima l’AIDS era tabù, e oggi non se ne parla più. Le nuove terapie introdotte nel millenovecentonovantasei, hanno radicalmente migliorato la vita dei malati ma quel che più conta, è che hanno drasticamente ridotto la mortalità. Ed è proprio lì il nodo, a mio modesto avviso: la morte. Nulla spaventa di più, e solo taluni riescono a considerarla un evento naturale, direi fisiologico, proprio poiché inevitabile. Ebbene la paura rendeva l’argomento malattia fatale, non solo da evitare in tutti modi – cosa saggia – ma addirittura da non trattare in nessun modo. Questo lasciava noi malati tremendamente soli, e i sani tremendamente inconsapevoli che solo col confronto si vince la paura irrazionale. In seguito, dopo l’avvento delle nuove terapie, l’argomento è stato archiviato. Chi parla più oggi di AIDS? In Africa muoiono ancora come le mosche, ma questo non ci interessa, a quanto pare. I sieropositivi stanno sì meglio, ma spesso, visto le paure precedenti, si nascondono, rimanendo fatalmente soli. Oppure nascondono la loro condizione, cosa che porta ad essere altri da sé.
L’approdo al gruppo di muto aiuto “Al di là del muro”, per me ha rappresento un evento significativo, quasi una naturale maturazione. Poiché in quel luogo non si faceva distinzione tra sieropositivo e sieronegativo, tra ammalato e volontario, tra assistente e assistito, ma si faceva un percorso comune; non c’era chi dava e chi riceveva. Tutti davano e tutti ricevevano, poiché tutti abbiamo bisogno degli altri. Le sinergie che si crearono dallo stare insieme, camminare insieme, lavorare insieme sono state la premessa per una vita che non ha più una scadenza predeterminata. Superata la fase della pietà, passando attraverso quella della speranza, per approdare alla consapevolezza di quel che la vita ti da.
Agostino Baracca



