Conferenza di Alessandro Moccia

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 23 gennaio 2012 11:42

Il giorno 4/5/2011 mi sono recato alla conferenza del succitato scrittore, molto apprezzato tra i giovani italiani che si è svolta come se fosse stata un’intervista fatta da una sua collaboratrice di nome Elisabetta Grassi. Moccia ha parlato all’inizio della sua carriera; i dati in proposito si trovano anche su internet: ha detto di essere figlio d’arte, infatti, è figlio di Giuseppe Moccia in arte Pipolo che formò il duo “Castellano e Pipolo”, autore di diversi film di medio livello. Il più famoso “Attila flagello di Dio” nel quale lo scrittore iniziò con un piccolo ruolo una carriera cinematografica da regista che poi per un po’ si arenò. Poi collaborò a trasmissioni televisive come “Ciao Darwin”, di cui fu autore. Intraprese già da giovane la sua carriera di scrittore; ha raccontato di essere stato colpito dal fatto che quando era giovane a Roma, c’erano stati atti di violenza da parte delle BR e persino il sequestro di Aldo Moro, e un giorno si stupì vedendo scritta su un muro, tra le varie scritte insurrezionaliste; la frase “Katia ha il più bel culo dell’universo” e questo alterno di frasi lo stupì. Decise di scrivere un libro prima di compiere trent’anni, anche se ne aveva già ventisei, facendo come S. Fitzgerald che ne scrisse uno già ventiquattrenne. Allora scrisse “Tre metri sopra il cielo”, romanzo rimasto inedito finché una casa editrice in via Cagliari a Roma chiamata “Il ventaglio” glielo pubblicò. Il resto lo rimando a internet. Dico che poi si pensò quasi per caso su volere del produttore Riccardo Tozzi di farne un film ed allora lui propose come protagonista Riccardo Scamarcio, che vide nel suo film d’esordio “La meglio gioventù” (film sicuramente meglio di quelli tratti da romanzi di Moccia, soprattutto secondo la critica). Per il resto dice che ritiene il suo lavoro come un messaggio verso i giovani, come quello del film “Le parole che non t’ho detto”, e si ritiene soddisfatto quando gli fanno i complimenti, o quando vede qualcuno leggere i suoi libri divertendosi. E si ambienta bene anche coi personaggi famosi come attori come Diego Abbattantuono o Raul Bova (era il protagonista del suo film “Scusa se ti chiamo amore” da cui fu tratto un sequel). Per ciò che concerne il suo ultimo romanzo presentato, ammette che ha risvolti adatti anche per un pubblico di non soli teenegers, infatti, in esso si va più ad approfondire l’animo e la personalità dei protagonisti, soprattutto di una donna della quale vuole far apparire le sfaccettature delle luci e delle ombre del suo animo (il libro dovrebbe essere narrato dal protagonista che diventa poi il suo fidanzato, e dice che non è facile per uno scrittore intuire se sia meglio far capire ai lettori se il protagonista indaghi bene o male la mentalità della donna, ciò potrebbe apparire banale od, al contrario, troppo lapalissiano). In tale opera c’entra molto la musica, infatti gli è piaciuto molto il film “Il concerto” ed a un certo punto fa un elenco di brani che vengono proposti narrandoli nel libro, casomai si voglia cercare la loro storia od ascoltarseli. Per il resto ammette che anche psicologicamente parlando, quello è il suo libro più riuscito ed ha deciso di cambiare la fascia d’età alla quale i suoi libri sono destinati perché si è accorto che a molti ragazzi di quattordici anni alcuni suoi libri piacciono molto, come il loro relativo film, mentre a quelli che ne hanno già diciannove sembrano delle cretinate, poiché hanno già vissuto esperienze simili a quelle narrate e ammette che, ovviamente, ci sono sicuramente scrittori molto meglio di lui, infatti, sebbene molti lo neghino, già da giovane leggeva, anche durante le ore di lezione a scuola, romanzi famosi come quelli di Hermann Hesse.                                                                              Alessandro Bassi

Alcol il bello e il brutto

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 23 gennaio 2012 10:36

Indagine Doxa. Gli adulti sono più moderati e sobri. Fra i giovanissimi il bere “da sballo” è una moda che non passa. Le donne lo fanno meno dei maschi, eppure i loro consumi sono in aumento. Moderati: più attenti alla qualità. Un po’ più sobri. Gli italiani bevono meno ma bevono meglio. Almeno gli adulti, perché scendendo d’età no, le cose si complicano, l’alcol tra i giovanissimi è sempre più diffuso, e il bere “da sballo” è una moda che non passa. E poi ci sono le donne: bevono assai meno dei maschi, eppure i loro consumi sono in aumento, in particolare tra le under venti, con un fenomeno ancora tutto da raccontare e da capire. È una geografia in chiaroscuro quella che emerge dalla sesta indagine Doxa su “Gli italiani e l’alcol” condotta in collaborazione con l’Osservatorio Permanente sui Giovani e Alcol. Un’inchiesta a tutto campo su un campione di oltre duemila persone di ogni fascia d’età, a partire dai 13 anni, e con particolare attenzione ai teenager, quella parte di mondo ancora fragile e a rischio. E dai risultati emerge che globalmente nel nostro paese si beve di meno, esiste anzi una vera e propria fetta di “astemi” (il 10% della popolazione maschile e il 20% di quella femminile), ossia un italiano su cinque che non tocca mai una goccia né di vino, né di birra, né di liquori. Il vino però resta ben saldo in testa alle classifiche delle bevande alcoliche scelte dagli italiani, che continuano (per fortuna) ad utilizzarlo nei pasti nell’84% dei casi. Anche se la vera rivoluzione del bere è rappresentato dall’ascesa, anno dopo anno più forte, della birra, che conquista “usi e costumi” della vita made in Italy. Un consumo responsabile dunque, ma accanto al quale aumenta, anche, la quota dei comportamenti a rischio. E in particolare, come scrive la ricerca, del fenomeno del “Binge drinking”, espressione ormai nota che vuole dire bere fino a stordirsi, ossia buttare giù almeno cinque bicchieri in due ore fuori dai pasti. In particolare il 20,4% dei giovani (13-24 anni) intervistati ha ammesso di aver fatto questa esperienza, contro l’8,6% delle ragazze. Un fenomeno in aumento se si pensa che nel 2005 il dato era del 14,6% per i maschi e del 6,1% per le giovanissime. Da segnalare però, e qui sta il ritratto in chiaroscuro, con aspetti positivi e negativi che si intrecciano, che secondo questa ricerca il primo contatto con l’alcol avviene ancora in famiglia (54% dei casi) e intorno ai quattordici anni, mentre sarebbero davvero rare le esperienze prima dei tredici anni. Una modalità, spiegano i ricercatori “quasi impensabile nei contesti culturali dei paesi nordici”, dai quali abbiamo invece importato il Binge drinking. “È vero c’è una leggera diminuzione di consumatori, ma cresce il numero degli alcoldipendenti”, commenta Emanuele Scafato, che dirige l’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità. “Oggi in Italia ci sono 9 milioni di persone che hanno o che potrebbero sviluppare problemi di alcol e anche tra gli adulti il rischio è tornato a crescere. Il punto è fare informazione corretta, spiegare che l’abuso giovanile può portare all’alcolismo, far capire che bere è una responsabilità. Il punto però è vigilare sulla pubblicità, che spesso punta ai giovanissimi dando alla birra, ai superalcolici, quella patente di innocuità, di spensieratezza, che è davvero un messaggio pericoloso. Così come non basta impedire la somministrazione di alcol nei bar ai più giovani, bisognerebbe impedirne anche la vendita nei supermercati… E poi diffondere delle regole semplici e fondamentali, ossia che si deve bere, sempre, durante i pasti, che non ci si deve mettere alla guida dopo aver bevuto, e mai e poi mai si dovrebbe toccare l’alcol prima dei 16 anni. Poche avvertenze che però possono salvare una vita”. Ho avuto anch’io problemi con l’alcol. E si che per lunghi anni m’è stato compagno di vita, lo apprezzavo e lo assumevo nelle giuste proporzioni. Poi è venuto il buio: il bisogno di spegnere il cervello, e cosa c’era di meno costoso e accessibile dell’alcol? Questi due elementi messi assieme sono fautori di una forte dipendenza. Me ne sono liberato con fatica, anche con l’ausilio di farmaci: quando ci voglio ci vogliono. Evviva la sobrietà, vamolà…

Agostino Baracca

Giustizia & Solidarietà

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 9 gennaio 2012 10:46

Brevi considerazioni su termini e concetti assai spesso confusi.

Giustizia: La virtù morale per la quale si riconosce e si rispetta il diritto di ognuno mediante l’attribuzione di quanto è dovuto secondo la ragione e per legge.

Solidarietà: Azione spontanea o concordata rispondente a una sostanziale convergenza o identità di interessi, idee, sentimenti.

(Vocabolario della lingua italiana di G. Devoto e G.C. Oli)

Tutto appare come sufficientemente chiaro no? Eppure non è sempre così.

Da parte mia verifico assai spesso che esiste una confusione tra un’azione ispirata da senso di Giustizia ed un’ispirata dalla Solidarietà.

Non di rado, infatti, capita che a fronte di gravi problemi di sussistenza o, che ne so, di alloggio, ci si senta rispondere: “Provate a rivolgervi al volontariato o alla chiesa… sono così buoni e comprensivi”.

Questo per la verità comincia ad andarmi un po’ stretto.

Per tentare di spiegarmi farò alcuni esempi:

  • E’ giusto Assegnare duecentoottanta euro ad una persona cui una commissione medica ha riconosciuto l’impossibilità di auto-mantenersi perché invalida?
  • Se queste ristrettezze economiche non consentono alla persona di sfamarsi o di avere un tetto sulla testa, è corretto credere che questi problemi siano risolvibili con la solidarietà di qualcuno?
  • Un sistema produttivo che non sa accogliere le persone disagiate è semplicemente poco solidale o piuttosto, come io credo, è ingiusto perché da più importanza al guadagno di alcuni anziché mirare al benessere collettivo?

Se, come cita il vocabolario, per giustizia sociale si intende “il fine, assegnato alla politica sociale ed economica, di garantire l’eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini e l’equa ripartizione dei beni secondo le loro necessità”, allora non posso non definire ingiusta l’attuale situazione.

Delegare ad alcuni la soluzione di questi problemi senza che l’intera società sappia interrogarsi “sull’equa ripartizione dei beni secondo le necessità” e “sull’eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini” non ci porterà a costruire una Civiltà. Infatti, se continueremo ad accettare che uno Stato prima ti giudica invalido e poi non ti assegna il necessario per vivere – per inciso vorrei ricordare che nei parametri di Mastricht non è inserito il “minimo vitale” nonostante solo l’Italia e la Spagna non lo assegnino… ma si sa la lobbie dei barboni non è così influente – ; se continueremo ad appellarci alla solidarietà senza dire chiaramente che è ingiusto dar vita ad una società dove non c’è posto per tutti ed in modo particolare per coloro che non possono più essere economicamente produttivi, non daremo un grande contributo al “progresso ed al benessere collettivo”.

Insomma io credo che non si possa chiedere e credere che siano solo coloro che sono motivati da sentimenti di fratellanza e solidarietà a combattere le emarginazioni, le esclusioni, le povertà…

Ed anche il Volontariato deve interrogarsi su questo: se si limiterà a rispondere da soli  ai “bisogni” delle persone senza avere il coraggio di denunciare cosa origina le loro sofferenze, se non saprà trasferire all’intera società il continuo susseguirsi di richieste d’aiuto, diventerà un tappabuchi.

Lo spirito di solidarietà che lo anima non deve portarlo a cercare le risposte al proprio interno, il volontariato non deve mirare all’autosufficienza. Dovrebbe piuttosto essere consapevole che molte cose non vanno per il verso giusto per l’indifferenza della politica e, ahimè,  della gente rispetto a coloro che soffrono: chi comprende che i diritti civili non spettano solo ai ricchi, ai belli, ai buoni, ai simpatici ma spettano a tutti deve saperlo testimoniare e saperlo denunciare. C’è una sola via capace di portare alla costruzione di una società civile, quella che si ispira alla Giustizia.

Agostino Baracca