Lettera ad un amico indigente…

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 20 febbraio 2012 11:04

Le persone residenti che in Italia si trovano in condizioni di povertà sono stimate in 8.078.000, il 13,6% della popolazione e rappresentano 2.737.000 famiglie pari all’11,3% del totale famiglie italiane.
La definizione della condizione di povertà relativa viene fatta su base convenzionale. La soglia o linea di povertà è costituita per una famiglia di due persone da una soglia di spesa mensile pari, per il 2008, a €.999,67 per persona (più 1.4) rispetto alla soglia del 2007. Una persona che presenti una spesa mensile inferiore alla soglia indicata entra a far parte dell’area della povertà relativa.
La percentuale nazionale del 13,6% si riparte nel seguente modo: Nord – 4.9, Centro – 6,7, Mezzogiorno – 23,8 %. Il dato sociale drammatico è che la povertà relativa nel Mezzogiorno è quasi 5 volte superiore a quella del resto del paese. Sono colpite soprattutto le famiglie formate da una coppia (specie anziana), il 19,6%. Le più colpite sono le famiglie con 3 o più figli a carico di età inferiore ai 18 anni che salgono al 27.2% e nel Mezzogiorno esse arrivano al 38,8%.
La media sale al 14,5% quando a capo della famiglia c’è una persona occupata operaio o assimilato. Nella famiglia nella quale il capo è in cerca di lavoro la media sale al 33.9% e quando in cerca di lavoro sono due componenti si giunge al 44,3%. Per converso la media italiana delle famiglie in condizione di povertà relativa scende al 9,6% quando nessun componente è alla ricerca di una occupazione. L’incidenza percentuale più elevata si ha quando non ci sono componenti occupati, cassaintegrati o pensionati e la percentuale sale fino al 49,6%. Infine quando la famiglia ha tutti i componenti occupati la media scende al 4%.
CaroTaldeitali, innanzitutto vorrei esprimerti tutta la mia solidarietà per la situazione che sei costretto a vivere. Solo l’Italia e la Spagna non adottano il “minimo vitale” in modo diffuso sul territorio nazionale. E’ lasciato alla discrezione dei singoli Comuni di provvedere affinchè qusto atto di civiltà abbia compimento. Infatti, è del tuuto insostenibile che il 10% della popolazione italiana possieda il 43% delle risorse a fronte di un 13,8% di indigenti. Ebbene è proprio a costoro che va il mio pensiero: perchè so che la misura del tempo, paradossalmente, non è mai oggettiva: chi, come te, è costretto a misurarsi con le ristrettezze, vive interminabili giornate e mesi senza fine, molto, molto più lunghi di quelli che campano senza conoscere il tuo problema. Ma tutto ciò non può giustificare una mancata risposta: come tu ben sai, è la Costituzione che fissa il principio per cui negli anni novanta un’Associazione di mutuo aiuto denominata “Al di là del muro” ha lavorato: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale” (Art.38).
Ebbene, caroTaldeitali, sappi che da qualche tempo questo diritto non resterà sulla carta: il Comune di Reggio nell’Emilia, attraverso buoni spesa, integrerà la tua pensione fino a raggiungere una cifra pari a trecentocinquanta euro. E questo non solo per “quelli come noi”, sto parlando dei sieropositivi, di quell’Associazione si occupava. Infatti, abbiamo sempre richiesto l’applicazione di quell’articolo: quindi, del diritto di ogni cittadino invalido e senza lavoro.
Perciò, se hai qualche amico che percepisce esclusivamente l’Invalidità Civile, puoi dirgli che anche lui può richiedere questo contributo, indifferentemente dal tipo di malattia che gli ha causato l’inabilità. L’unica condizione è che sia residente nel comprensorio del Comune.
E gli altri, dirai Tu. Hai ragione, ma sai com’è: l’Italia è un mosaico non sempre comprensibile… Tuttavia, altri Comuni della provincia già applicano il “minimo vitale”; e stai certo che farò di tutto per convincere della giustezza di questo provvedimento, quelli che ancora non lo danno.
Veniamo ora, caroTaldeitali, a dirti quel che devi fare… è semplicissimo, sai: è sufficiente che tu vada nell’Ufficio dell’Assistente Sociale del tuo quartiere: Lei saprà dirti quali documenti devi presentare. E, mi raccomando se incontri qualche difficoltà, fammelo sapere. Ciao, e stammi bene…

Agostino Baracca

Conferenza di Alessandro Moccia

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 23 gennaio 2012 11:42

Il giorno 4/5/2011 mi sono recato alla conferenza del succitato scrittore, molto apprezzato tra i giovani italiani che si è svolta come se fosse stata un’intervista fatta da una sua collaboratrice di nome Elisabetta Grassi. Moccia ha parlato all’inizio della sua carriera; i dati in proposito si trovano anche su internet: ha detto di essere figlio d’arte, infatti, è figlio di Giuseppe Moccia in arte Pipolo che formò il duo “Castellano e Pipolo”, autore di diversi film di medio livello. Il più famoso “Attila flagello di Dio” nel quale lo scrittore iniziò con un piccolo ruolo una carriera cinematografica da regista che poi per un po’ si arenò. Poi collaborò a trasmissioni televisive come “Ciao Darwin”, di cui fu autore. Intraprese già da giovane la sua carriera di scrittore; ha raccontato di essere stato colpito dal fatto che quando era giovane a Roma, c’erano stati atti di violenza da parte delle BR e persino il sequestro di Aldo Moro, e un giorno si stupì vedendo scritta su un muro, tra le varie scritte insurrezionaliste; la frase “Katia ha il più bel culo dell’universo” e questo alterno di frasi lo stupì. Decise di scrivere un libro prima di compiere trent’anni, anche se ne aveva già ventisei, facendo come S. Fitzgerald che ne scrisse uno già ventiquattrenne. Allora scrisse “Tre metri sopra il cielo”, romanzo rimasto inedito finché una casa editrice in via Cagliari a Roma chiamata “Il ventaglio” glielo pubblicò. Il resto lo rimando a internet. Dico che poi si pensò quasi per caso su volere del produttore Riccardo Tozzi di farne un film ed allora lui propose come protagonista Riccardo Scamarcio, che vide nel suo film d’esordio “La meglio gioventù” (film sicuramente meglio di quelli tratti da romanzi di Moccia, soprattutto secondo la critica). Per il resto dice che ritiene il suo lavoro come un messaggio verso i giovani, come quello del film “Le parole che non t’ho detto”, e si ritiene soddisfatto quando gli fanno i complimenti, o quando vede qualcuno leggere i suoi libri divertendosi. E si ambienta bene anche coi personaggi famosi come attori come Diego Abbattantuono o Raul Bova (era il protagonista del suo film “Scusa se ti chiamo amore” da cui fu tratto un sequel). Per ciò che concerne il suo ultimo romanzo presentato, ammette che ha risvolti adatti anche per un pubblico di non soli teenegers, infatti, in esso si va più ad approfondire l’animo e la personalità dei protagonisti, soprattutto di una donna della quale vuole far apparire le sfaccettature delle luci e delle ombre del suo animo (il libro dovrebbe essere narrato dal protagonista che diventa poi il suo fidanzato, e dice che non è facile per uno scrittore intuire se sia meglio far capire ai lettori se il protagonista indaghi bene o male la mentalità della donna, ciò potrebbe apparire banale od, al contrario, troppo lapalissiano). In tale opera c’entra molto la musica, infatti gli è piaciuto molto il film “Il concerto” ed a un certo punto fa un elenco di brani che vengono proposti narrandoli nel libro, casomai si voglia cercare la loro storia od ascoltarseli. Per il resto ammette che anche psicologicamente parlando, quello è il suo libro più riuscito ed ha deciso di cambiare la fascia d’età alla quale i suoi libri sono destinati perché si è accorto che a molti ragazzi di quattordici anni alcuni suoi libri piacciono molto, come il loro relativo film, mentre a quelli che ne hanno già diciannove sembrano delle cretinate, poiché hanno già vissuto esperienze simili a quelle narrate e ammette che, ovviamente, ci sono sicuramente scrittori molto meglio di lui, infatti, sebbene molti lo neghino, già da giovane leggeva, anche durante le ore di lezione a scuola, romanzi famosi come quelli di Hermann Hesse.                                                                              Alessandro Bassi

Alcol il bello e il brutto

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 23 gennaio 2012 10:36

Indagine Doxa. Gli adulti sono più moderati e sobri. Fra i giovanissimi il bere “da sballo” è una moda che non passa. Le donne lo fanno meno dei maschi, eppure i loro consumi sono in aumento. Moderati: più attenti alla qualità. Un po’ più sobri. Gli italiani bevono meno ma bevono meglio. Almeno gli adulti, perché scendendo d’età no, le cose si complicano, l’alcol tra i giovanissimi è sempre più diffuso, e il bere “da sballo” è una moda che non passa. E poi ci sono le donne: bevono assai meno dei maschi, eppure i loro consumi sono in aumento, in particolare tra le under venti, con un fenomeno ancora tutto da raccontare e da capire. È una geografia in chiaroscuro quella che emerge dalla sesta indagine Doxa su “Gli italiani e l’alcol” condotta in collaborazione con l’Osservatorio Permanente sui Giovani e Alcol. Un’inchiesta a tutto campo su un campione di oltre duemila persone di ogni fascia d’età, a partire dai 13 anni, e con particolare attenzione ai teenager, quella parte di mondo ancora fragile e a rischio. E dai risultati emerge che globalmente nel nostro paese si beve di meno, esiste anzi una vera e propria fetta di “astemi” (il 10% della popolazione maschile e il 20% di quella femminile), ossia un italiano su cinque che non tocca mai una goccia né di vino, né di birra, né di liquori. Il vino però resta ben saldo in testa alle classifiche delle bevande alcoliche scelte dagli italiani, che continuano (per fortuna) ad utilizzarlo nei pasti nell’84% dei casi. Anche se la vera rivoluzione del bere è rappresentato dall’ascesa, anno dopo anno più forte, della birra, che conquista “usi e costumi” della vita made in Italy. Un consumo responsabile dunque, ma accanto al quale aumenta, anche, la quota dei comportamenti a rischio. E in particolare, come scrive la ricerca, del fenomeno del “Binge drinking”, espressione ormai nota che vuole dire bere fino a stordirsi, ossia buttare giù almeno cinque bicchieri in due ore fuori dai pasti. In particolare il 20,4% dei giovani (13-24 anni) intervistati ha ammesso di aver fatto questa esperienza, contro l’8,6% delle ragazze. Un fenomeno in aumento se si pensa che nel 2005 il dato era del 14,6% per i maschi e del 6,1% per le giovanissime. Da segnalare però, e qui sta il ritratto in chiaroscuro, con aspetti positivi e negativi che si intrecciano, che secondo questa ricerca il primo contatto con l’alcol avviene ancora in famiglia (54% dei casi) e intorno ai quattordici anni, mentre sarebbero davvero rare le esperienze prima dei tredici anni. Una modalità, spiegano i ricercatori “quasi impensabile nei contesti culturali dei paesi nordici”, dai quali abbiamo invece importato il Binge drinking. “È vero c’è una leggera diminuzione di consumatori, ma cresce il numero degli alcoldipendenti”, commenta Emanuele Scafato, che dirige l’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità. “Oggi in Italia ci sono 9 milioni di persone che hanno o che potrebbero sviluppare problemi di alcol e anche tra gli adulti il rischio è tornato a crescere. Il punto è fare informazione corretta, spiegare che l’abuso giovanile può portare all’alcolismo, far capire che bere è una responsabilità. Il punto però è vigilare sulla pubblicità, che spesso punta ai giovanissimi dando alla birra, ai superalcolici, quella patente di innocuità, di spensieratezza, che è davvero un messaggio pericoloso. Così come non basta impedire la somministrazione di alcol nei bar ai più giovani, bisognerebbe impedirne anche la vendita nei supermercati… E poi diffondere delle regole semplici e fondamentali, ossia che si deve bere, sempre, durante i pasti, che non ci si deve mettere alla guida dopo aver bevuto, e mai e poi mai si dovrebbe toccare l’alcol prima dei 16 anni. Poche avvertenze che però possono salvare una vita”. Ho avuto anch’io problemi con l’alcol. E si che per lunghi anni m’è stato compagno di vita, lo apprezzavo e lo assumevo nelle giuste proporzioni. Poi è venuto il buio: il bisogno di spegnere il cervello, e cosa c’era di meno costoso e accessibile dell’alcol? Questi due elementi messi assieme sono fautori di una forte dipendenza. Me ne sono liberato con fatica, anche con l’ausilio di farmaci: quando ci voglio ci vogliono. Evviva la sobrietà, vamolà…

Agostino Baracca

Giustizia & Solidarietà

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 9 gennaio 2012 10:46

Brevi considerazioni su termini e concetti assai spesso confusi.

Giustizia: La virtù morale per la quale si riconosce e si rispetta il diritto di ognuno mediante l’attribuzione di quanto è dovuto secondo la ragione e per legge.

Solidarietà: Azione spontanea o concordata rispondente a una sostanziale convergenza o identità di interessi, idee, sentimenti.

(Vocabolario della lingua italiana di G. Devoto e G.C. Oli)

Tutto appare come sufficientemente chiaro no? Eppure non è sempre così.

Da parte mia verifico assai spesso che esiste una confusione tra un’azione ispirata da senso di Giustizia ed un’ispirata dalla Solidarietà.

Non di rado, infatti, capita che a fronte di gravi problemi di sussistenza o, che ne so, di alloggio, ci si senta rispondere: “Provate a rivolgervi al volontariato o alla chiesa… sono così buoni e comprensivi”.

Questo per la verità comincia ad andarmi un po’ stretto.

Per tentare di spiegarmi farò alcuni esempi:

  • E’ giusto Assegnare duecentoottanta euro ad una persona cui una commissione medica ha riconosciuto l’impossibilità di auto-mantenersi perché invalida?
  • Se queste ristrettezze economiche non consentono alla persona di sfamarsi o di avere un tetto sulla testa, è corretto credere che questi problemi siano risolvibili con la solidarietà di qualcuno?
  • Un sistema produttivo che non sa accogliere le persone disagiate è semplicemente poco solidale o piuttosto, come io credo, è ingiusto perché da più importanza al guadagno di alcuni anziché mirare al benessere collettivo?

Se, come cita il vocabolario, per giustizia sociale si intende “il fine, assegnato alla politica sociale ed economica, di garantire l’eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini e l’equa ripartizione dei beni secondo le loro necessità”, allora non posso non definire ingiusta l’attuale situazione.

Delegare ad alcuni la soluzione di questi problemi senza che l’intera società sappia interrogarsi “sull’equa ripartizione dei beni secondo le necessità” e “sull’eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini” non ci porterà a costruire una Civiltà. Infatti, se continueremo ad accettare che uno Stato prima ti giudica invalido e poi non ti assegna il necessario per vivere – per inciso vorrei ricordare che nei parametri di Mastricht non è inserito il “minimo vitale” nonostante solo l’Italia e la Spagna non lo assegnino… ma si sa la lobbie dei barboni non è così influente – ; se continueremo ad appellarci alla solidarietà senza dire chiaramente che è ingiusto dar vita ad una società dove non c’è posto per tutti ed in modo particolare per coloro che non possono più essere economicamente produttivi, non daremo un grande contributo al “progresso ed al benessere collettivo”.

Insomma io credo che non si possa chiedere e credere che siano solo coloro che sono motivati da sentimenti di fratellanza e solidarietà a combattere le emarginazioni, le esclusioni, le povertà…

Ed anche il Volontariato deve interrogarsi su questo: se si limiterà a rispondere da soli  ai “bisogni” delle persone senza avere il coraggio di denunciare cosa origina le loro sofferenze, se non saprà trasferire all’intera società il continuo susseguirsi di richieste d’aiuto, diventerà un tappabuchi.

Lo spirito di solidarietà che lo anima non deve portarlo a cercare le risposte al proprio interno, il volontariato non deve mirare all’autosufficienza. Dovrebbe piuttosto essere consapevole che molte cose non vanno per il verso giusto per l’indifferenza della politica e, ahimè,  della gente rispetto a coloro che soffrono: chi comprende che i diritti civili non spettano solo ai ricchi, ai belli, ai buoni, ai simpatici ma spettano a tutti deve saperlo testimoniare e saperlo denunciare. C’è una sola via capace di portare alla costruzione di una società civile, quella che si ispira alla Giustizia.

Agostino Baracca

L’AIDS prima era un tabù e oggi non se ne parla più

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 5 dicembre 2011 12:42

L’AIDS prima era un tabù e oggi non se ne parla più

Nel determinare una svolta nel mio atteggiamento verso il male in generale e verso l’AIDS in particolare, ha avuto un ruolo decisivo un’esperienza fatta sulla mia pelle, che mi ha peraltro condotto alla conoscenza diretta della sofferenza, di cui porto un caro ricordo: “Al di là del muro”. Potrà sembrare un paradosso poiché si è trattato di una parentesi di dolore quando non d’angoscia, in pochi anni sono morte sette persone, facenti parte del gruppo. Eppure oggi dovrei dire che attraverso questo esercizio ho scoperto una nuova dimensione della vita, ho compreso il significato di certi aspetti della nostra esistenza che generalmente siamo tentati di rifiutare, di rimuovere, precludendoci la possibilità di guardare al futuro con più serenità, di godere la vita con gioia, schiavi come siamo delle paure, dei risentimenti, dei rancori legati al passato. Poi accadde un malessere improvviso, con ricovero urgente in ospedale. Quella sofferenza che avevo visto tante volte negli altri, ora toccava a me e con essa, la paura, la consapevolezza, della possibilità di doversene andare, quasi senza avere il tempo di fare le valigie. Poi, con il superamento della fase acuta della malattia, la riflessione, il raggiungimento di un equilibrio e di una serenità interiore, e dopo aver passato in rassegna tutta la mia vita passata, i momenti di stress, di ansia, le preoccupazioni, le nevrosi, a volte il cattivo rapporto con le persone, gli errori, i risentimenti, i rancori. Allora ho preso atto che il passato non ha più nessuna importanza, non serve a nulla rivangarne gli aspetti negativi. Fatti salvi, naturalmente, quelli che hanno apportato modifiche alla mia esistenza. Quello che importa è il presente e il futuro. L’ospedale, nel reparto infettivi, ha costituito una sosta forzata che mi ha fatto riflettere e scoprire tante cose: il significato del dispiacere che ci porta a un amore nuovo verso tutto e tutti, ci porta al perdono, a dimenticare e cancellare i risentimenti, ci insegna ad amare la vita, a ringraziare Dio per ogni giorno, ogni momento della nostra vita come un regalo, ad apprezzare le bellezze della quotidianità come mai era avvenuto in passato. Può sembrare un paradosso, ma solo ora credo di vivere pienamente la mia vita, benché questa abbia tutti i toni e i colori del ponente. Ho imparato a cercare e a trovare le energie per continuare a vivere, in me stesso e nelle persone che mi stanno intorno, e perché no, anche nella preghiera. Ho scoperto che ognuno di noi ha delle risorse intrinseche e delle energie che generalmente non sa utilizzare o le utilizza in minima parte: a volte le utilizza in senso negativo. Ho scoperto che possiamo trarre energia dal contatto con la natura, dalle piante, dal sole; ma soprattutto da un contatto e da un rapporto positivo con gli altri. Credo che l’atteggiamento che ho maturato verso il mio stato di salute, possa essere adottato da chiunque per sentirsi meglio. E’ vero, grazie al cielo non tutti hanno come me l’AIDS, così com’e vero che prima l’AIDS era tabù, e oggi non se ne parla più. Le nuove terapie introdotte nel millenovecentonovantasei, hanno radicalmente migliorato la vita dei malati ma quel che più conta, è che hanno drasticamente ridotto la mortalità. Ed è proprio lì il nodo, a mio modesto avviso: la morte. Nulla spaventa di più, e solo taluni riescono a considerarla un evento naturale, direi fisiologico, proprio poiché inevitabile. Ebbene la paura rendeva l’argomento malattia fatale, non solo da evitare in tutti modi – cosa saggia – ma addirittura da non trattare in nessun modo. Questo lasciava noi malati tremendamente soli, e i sani tremendamente inconsapevoli che solo col confronto si vince la paura irrazionale. In seguito, dopo l’avvento delle nuove terapie, l’argomento è stato archiviato. Chi parla più oggi di AIDS? In Africa muoiono ancora come le mosche, ma questo non ci interessa, a quanto pare. I sieropositivi stanno sì meglio, ma spesso, visto le paure precedenti, si nascondono, rimanendo fatalmente soli. Oppure nascondono la loro condizione, cosa che porta ad essere altri da sé.

L’approdo al gruppo di muto aiuto “Al di là del muro”, per me ha rappresento un evento significativo, quasi una naturale maturazione. Poiché in quel luogo non si faceva distinzione tra sieropositivo e sieronegativo, tra ammalato e volontario, tra assistente e assistito, ma si faceva un percorso comune; non c’era chi dava e chi riceveva. Tutti davano e tutti ricevevano, poiché tutti abbiamo bisogno degli altri. Le sinergie che si crearono dallo stare insieme, camminare insieme, lavorare insieme sono state la premessa per una vita che non ha più una scadenza predeterminata. Superata la fase della pietà, passando attraverso quella della speranza, per approdare alla consapevolezza di quel che la vita ti da.

Agostino Baracca

Un pò di Agostino Baracca

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 21 novembre 2011 11:52

Un po’ di Agostino Baracca

Agostino è nato in una piccola frazione di campagna d’un paesotto della provincia di Reggio nell’Emilia. Cinquecento anime, grosso modo mille vacche e millecinquecento maiali, con distese interminabili di prato stabile; qualche vigneto; qualche coltivazione di grano o erba medica. E l’immancabile chiodo fisso dell’odor di sisso (liquame), come ha poi scritto in una canzone composta camminando con suo figlio. Ha passato un’infanzia felice e spensierata, con mille giochi a indiani e cow boy o a nascondino, l’unica cosa che proprio non gl’andava giù, perché era imbranato, risultava esser il gioco del calcio. E in Italia è una vera sciagura. Ricorda sempre con piacere, le Olimpiadi del paese con l’albero della cuccagna, che immancabilmente vedeva tra i vincitori Ugo, un ragazzone con due spalle così, che si cuccava sempre il prosciutto. Rammenta che siccome a casa di Ugo si mangiava verza, verza, ed ancora verza e poco più. Una bella sera, lui, di ritorno dal bar, andò nella stalla e con un pugno secco assestato sulla testa d’un povero vitello, lo fece secco. Il mattino seguente, al risveglio, i suoi familiari stavano già scavando la fossa per seppellirlo. – Che cosa fate? – Lo seppelliamo, è morto stanotte per chissà cosa. – Ma che lo seppelliamo e lo seppelliamo, mettetelo in frizer che me lo mangio tutto io. – Ma può esser morto di malattia. – E’ morto perché gli è tirato un colpo, ve lo dico io, mettetemelo in frizer, per piacere. E così fecero. Comunque sia, Baracca l’asilo lo fece dalle suore della frazione, e ha ancora impresse le amorevoli cure di suor Orlanda: sempre pronta a perdonare le marachelle. Anche le scuole elementari, per sua fortuna le ha fatte sempre lì, altresì però a causa dello scarso numero degli allievi le classi erano accorpate. Meglio così: si aveva modo d’apprendere l’evoluzione scolastica. L’unico luogo di ritrovo era l’oratorio parrocchiale dove il pomeriggio si vedeva con i suoi amici e anche lì, manco a farlo apposta, calcio su calcio. Quando riusciva giocava a ping pong, dove se la cavava. Per San Geminiano, c’era la sagra del paese e si faceva una recita teatrale alla quale prendeva parte interpretando vari personaggi, con discreto successo. Era in diretta concorrenza col Festival di S. Remo, ma il dimesso teatro parrocchiale appariva sempre stracolmo per due sere di seguito, in barba ai grandi eventi: piccolo è bello, quasi sempre. Non foss’altro era genuino essendo interpretato da attori e cantanti locali. Poi, a inizio estate c’era la Festa dell’Unità, e ci andava, ci andava eccome. E’ sempre stato un cattocomunista ante litteram, in vero era visto con diffidenza tanto dall’una quanto dall’altra parte, ma poi prevaleva sempre l’amicizia: colla inseparabile. Le medie inferiori le ha fatte in collegio dai Gesuiti. Furbi i Gesuiti, nei tre giorni di prova prima che iniziasse l’anno scolastico, erano giochi su giochi. In seguito, iniziato l’anno scolastico, si è rivelato colmo di studi su studi, con brevi interruzioni per il gioco, ancora una volta il calcio. Ma mi volete dire voi come poteva fare il povero Agostino a distinguere chi giocava con lui o contro di lui, quando i giocatori erano un’infinità -visto che c’erano solamente due campi, per di più di porfido – e, per giunta, i ragazzi erano comprensibilmente vestiti a modo proprio. Insomma, dopo un concistoro, i preti lo esonerarono dal gioco e lo lasciarono libero d’aiutare il professore scienze, che aveva allestito ben due musei, a spolverare o riordinare; al termine leggeva: quello che passava il Convento, naturalmente. E’ stata la sua fortuna: lì ha preso dimestichezza con la letteratura e se n’è letteralmente innamorato. Essendo di sinistra, si faceva portare da un ragazzo esterno, cioè che rientrava a casa per dormire – gli interni erano una quarantina o poco più, che passavano tutta la settimana dentro l’Istituto – il quotidiano Lotta Continua. Non vi dico quando lo scoprirono i preti. Addirittura, siccome era il periodo del rapimento Moro, una mattina prima che suonasse la campanella d’inizio delle lezioni stava facendo capannello con altri e lo vide il Preside che lo convocò immediatamente nel suo studio: voleva sospenderlo per una settimana, perché sosteneva che sobillava gli altri a far chissà cosa. Pianse, pianse perché non era vero. Allora il superiore gli credette e desistette dalle sue iniziali intenzioni. Però rimase un sorvegliato speciale per tutti i tre anni delle medie. Il servizio di leva, allora obbligatorio, non lo fece perché iperteso. Deo Gratia, ne aveva avuto abbastanza del collegio. Iniziò il lavoro di contadino, e se la cavava. Ciò nonostante, principiarono a manifestarsi i primi disturbi psichiatrici. In più abusava delle più varie sostanze stupefacenti, che allora erano modus vivendi, oggi, invece, paiono andar di moda. Comunque sia nell’uno o nell’altro caso restano una iattura, meglio ancora: una sciagura per chi ne è dipendente e per chi ha a che fare con lui. La vera svolta interiore l’ebbe nel Duemila, allorquando si ritirò per un periodo di riflessione in un piccolo convento di suore Carmelitane. Era impastato tra fede e politica fin dalla gioventù, pur essendo in conflitto con Dio. Ma il vedere queste religiose così ospitali, così pronte ad ascoltare amorevolmente i suoi magoni, così devote nel recitar rosari o Sacre Scritture l’ha definitivamente avvicinato al Creatore: Padre & Madre, come giustamente sosteneva Papa Giovanni XXIII. Oggi si definisce un Cristiano-Progressista. Molto critico su alcune posizioni della Chiesa, ma non per questo meno invogliato ad accostarsi al Sacramento della Confessione e della Comunione: porte d’accesso alla vicinanza con chi ti sta vicino. Insomma, quando si sente in pace con Dio e con il prossimo, si sente in pace col modo intero. E allora tutto gli riesce più semplice da accettare perché acquisisce un senso. Ma la sua vita è stata fortunatamente ammantata di cose favorevoli, come i propri genitori e un figlio stupendo. Questo, ne è sicuro, è stato un dono del buon Dio. Che ha plasmato un figlio così bislacco, e del tutto insolito. Eppure, d’altra parte, siamo tutti diversi. Attenzione però, la filosofia insegna che quel tutti è unificante: siamo esemplari unici di una medesima specie. Da lì il fondamento della sostanziale eguaglianza, che se fosse da tutti onorato – il novantanove virgola due del DNA è identico per ogni essere umano – sarebbe motore di cose inenarrabili.

Agostino Baracca

“Acqua, neve, ghiaccio e dintorni” di Agostino Baracca

Posted by RadioTab | Rubriche | lunedì 10 ottobre 2011 11:25

Il gran caldo fa desiderare il freddo, e viceversa. Leggo dal giornale La Repubblica “Mosca il sindaco dichiara guerra alla neve”. Addio, bambini miei cari ai vostri bei pupazzi di neve. Da oggi super-potenti aerei bombarderanno le nuvole lasciando a secco gli spettatori. Utilizzeranno nitrati, nitriti e quant’altro e perfino calce, speriamo che cos’ì facendo non cada a blocchi, per la miseria. Il bel bianco se ne andrà per sempre. Mi chiedo cosa faranno quei quindicimila spalatori ufficiali ingaggiati dal comune per tener linde le vie di transito? Non saprei cosa rispondere. Forse, potrebbero fare aeroplanini con le cartacce: in tal modo, consegnerebbero al vento la carta stampata dei moscoviti. Fermo restando il fatto, che questi aeroplanini non dovranno volare più alti dei super-bombardieri perché ne scaturirebbe una guerra di difficili previsioni. Mentre, si sa, l’acqua è un bene preziosissimo e chiudere i rubinetti dovrebbe essere un riflesso condizionato, ma la gente spesso se ne dimentica. Lascia il rubinetto aperto mentre si lava i denti, mentre si specchia, o mentre si pettina, si rade. E’ uno spreco di risorse pregiate specialmente in estati lunghe e siccitose o in zone in cui la richiesta minaccia di eccedere l’offerta. Si può dire altrettanto dell’abitudine di spegnere la luce quando si esce da una stanza, è una cosa basilare, ma la pigrizia o la distrazione spesso si traducono in bollette dell’elettricità più care, in più inquinamento e gas serra che vanno a contribuire sul riscaldamento globale. E dire che l’acqua è un bene primario che per di più scarseggia sul nostro bel pianeta. In Africa volenterose donne, più o meno giovani, sono disposte a percorrere chilometri su chilometri con un orcio in testa per poter approvvigionare la propria famiglia di quel poco che necessita ai beni primari. Mentre noi, imperterriti la sprechiamo. Ma facciamo di più, inquiniamo in modo quasi irreversibile i fiumi. Il nostro bel Po, dove fino a qurant’anni fa si lavavano i panni e ci si poteva immergere senza correre rischio alcuno, oggi è diventato una cloaca a ciel aperto. E bisogna sperare di non caderci dentro nel nostro amato fiume, visto quel che si rischia di beccarsi su. Oltretutto si sta infestando di pesci come il Siluro e i Pirana, mah la modernità. Un amico mi ha confessato che durante l’alluvione del Duemila in alcuni casolari sommersi si sono intrufolati questi enormi pescioloni e si sono pappati salami e quant’altro. Meno male se non si sono scolati il Lambrusco, mondo ladro. Assomigliano a pesci Cani questi Siluri, e come loro sono assai aggressivi, sbranano letteralmente le altre specie rischiando di prendere il sopravvento, se già non l’han fatto. Sono stati introdotti qui dall’Est, mentre i Pirana dal Nord America. Sono diventati una goduria per i pescatori che fanno a gara, com’è sempre stato, a chi lo prende più lungo. So che vengono perfino dall’Est Europa per pescarli: là apprezzano le loro carni. Noi siamo rimasti ai sempre più rari pesci gatto e anguille, che non so come facciano a sopravvivere ancora in tali condizioni. Qualche tempo fa sono andato con amici a Comacchio, per gustarmi l’anguilla ai ferri. Poi abbiamo visitato il museo dei pescatori scarso, per la verità ma eloquente sulle fatiche fatte per procacciare questa specie di pesci. E’ posto circa a metà d’un lunghissimo porticato che a occhio e croce supera il chilometro. Al termine svetta una Chiesa, non so a chi sia dedicata, so solo che senza dubbio alcuno i pescatori vi entrano a pregare e accendere ceri al fine d’avere un proficuo raccolto. La specialità sono le anguille marinate. Vengono infilzate in appositi lunghi aghi e messe sulle braci ardenti, dopo di che sono inscatolate in un bagno d’aceto agro di vino. Da noi, tradizionalmente, si consumano la vigilia di Natale assieme ai pesciolini anch’essi marinati, dopo essersi rimpinzati con tortelli di zucca. Cene da leccarsi i baffi, insomma. Tuttavia, torniamo all’acqua potabile. Noi abbiamo un’ampia rete di distribuzione che per lo più raccoglie le acque o in collina o in profondi pozzi. Periodicamente, almeno ogni qualche ora, è analizzata, e addizionata di disinfettanti che ne riducono il rischio di essere veicolo d’infezioni. E’ ormai insapore, non più come una volta che sapeva nettamente di cloro. Mi chiedo perché, quindi, si riempiano carrelli e carrelli ai super mercati di normalissima acqua. Con una considerevole spesa pro capite. E, oltretutto con l’inquinamento portato dalle bottiglie in PVC, che vogliono a loro volta smaltite a suon di quattrini. In tempi di crisi ci si potrebbe aspettare un più ampio utilizzo dell’acqua del rubinetto. Ma tant’è. Chiudo con un’ultima notizia di fonte NASA, che ha dato per certa la presenza d’acqua, sotto forma di ghiaccio, posta sotto una crosta terrestre sulla Luna. Andrà a finire che, prima o poi, qualche grossa ditta ci proporrà l’acqua della Luna Piena. Pura e incontaminata dall’essere umano, ma pur sempre semplice, nobile, acqua.

 

Agostino Baracca

 

Nuova rubrica di RadioTAB: “Le Nostre Considerazioni Inutili (perchè non cambiano un fico secco)”

Posted by RadioTab | Rubriche | sabato 8 ottobre 2011 10:25

Ciao a tutti! Stiamo inaugurando un nuovo spazio dove esprimere le nostre opinioni. Saranno le più svariate, rispecchiando le nostre personalità: visita la sezione “Rubriche”